Siamo andati a trovare la nostra Unità di Strada che ogni giorno percorre le strade dei municipi VII, VIII, IX e XI dal Tuscolano alla Magliana. A gennaio 214 interventi. Gli operatori: «Incontriamo un milione di storie diverse»
Il telefono è squillato per la prima volta alle 7.32 del 1 gennaio 2026, appena due minuti dopo l’inizio ufficiale del servizio. Neanche il tempo di bere il primo caffè della giornata che, dall’altro capo, un’operatrice della Sala Operativa Sociale avverte gli operatori dell’Unità di Strada: in zona Tuscolana, un giovane dall’aspetto curato, presumibilmente di origine indiana, da una settimana dorme su cartoni umidi, con un’unica coperta a proteggerlo dal freddo. Alla donna che, vedendolo fragile e solo, ha chiamato il numero 800 440 022 ha detto di aver perso i documenti e di essersi rivolto all’ambasciata indiana. Ma quando l’Unità di Strada arriva, mezz’ora dopo, lui racconta un’altra storia. Si presenta con un nome italiano, malgrado un accento spiccatamente straniero. Sostiene di essere nato a Napoli e di vivere per le strade di Roma da un anno. È cordiale e disponibile, ma la sua risposta non ammette repliche: sta bene e non ha bisogno di nulla. Gli operatori non insistono. Sanno che non è scontato convincere qualcuno ad accettare aiuto, specie nel corso del primo intervento. L’importante è farsi conoscere, stabilire quel contatto che ti permette di poter tornare in seguito e diventare un punto di riferimento.
I numeri dell’Unità di Strada
L’Unità di Strada diurna, finanziata da Roma Capitale e gestita dalla Cooperativa Ambiente e Lavoro nei municipi VII, VIII, IX e XI, lavora sette giorni su sette, dalle 7.30 alle 20.30. Nel mese di gennaio, ha effettuato 214 interventi, per una media di quasi sette al giorno. Le persone raggiunte sono state per la maggior parte uomini, ma non mancano le donne (83). Ottantasei sono italiani, l’età media sfiora i 53 anni e molti presentano un disturbo psichiatrico. Tra loro anche otto nuclei familiari e dieci minori. La gran parte sono persone senza dimora, ma in tredici casi l’intervento è avvenuto tra le mura di una casa. Nella migliore delle ipotesi i destinatari sono stati accompagnati presso centri di accoglienza o strutture sanitarie e, in qualche caso, anche a sbrigare pratiche negli uffici dell’Inps o della Questura. Nella peggiore hanno rifiutato l’aiuto e sono rimasti dov’erano.
Un lavoro di relazione, non solo di assistenza
«Il nostro ambito di azione si snoda tra via Tuscolana e la Magliana, ma all’occorrenza ci spingiamo anche in altri municipi», spiega Giorgio, responsabile dell’Unità di Strada. «Cerchiamo di avvicinare le persone in condizione di grave marginalità ai servizi sociali del territorio, ma ogni intervento è diverso dall’altro: la peculiarità di un servizio come questo è proprio l’imprevedibilità». La sede dell’Unità di Strada si trova in Via Carlo Tommaso Odescalchi, nel quartiere della Montagnola. La squadra è composta da undici operatori e operatrici, alcuni vantano un’esperienza pluriennale nel lavoro di strada, altri hanno l’entusiasmo dell’inizio. Ogni giorno due équipe si alternano in turni che coprono l’intero arco della giornata. Si attivano soprattutto su richiesta della Sala Operativa sociale, ma non solo. Monitorano situazioni già note, tornano nei luoghi dove qualcuno ha rifiutato aiuto, costruiscono nel tempo relazioni che possono richiedere settimane, a volte mesi.
«Lavoriamo con persone che a un certo punto si sganciano dalla società»
Giorgio ha iniziato a lavorare con le Unità di Strada alla fine degli anni Novanta, quando la città di Roma inaugurava un servizio destinato a fare scuola nel contrasto alle marginalità di ogni tipo. Racconta che il compito di un’Unità di Strada è svolgere azioni di aggancio sociale, valutazione dei bisogni, distribuzione dei beni di prima necessità e raccordo con i servizi della rete territoriale. Ma sa anche che spesso la teoria è molto distante dalla pratica. «Lavoriamo con persone che per questioni personali, lutti, perdita del lavoro, dipendenze, a un certo punto si sganciano dal resto della società. Cerchiamo i canali migliori per aiutarle a recuperare un progetto di vita, ma non sempre riusciamo a sottrarle all’anomia: quella condizione esistenziale che non prevede né norme né regole, dove tutto è caos e vuoto interiore».
La strada vista dagli operatori
Per lavorare in un’Unità di Strada devi essere flessibile e rapido, racconta Giorgio. Flessibile perché ti confronti con un milione di storie diverse, dove nessuna somiglia alla precedente. Rapido, perché quando scendi dall’auto hai solo una manciata di secondi per inquadrare la situazione. «Devi capire immediatamente chi ti trovi davanti e cercare di entrare, con garbo, in relazione con qualcuno che magari non ha nessuna intenzione di iniziare un rapporto con te». Poi, una volta che sei riuscito a stabilire un contatto, non è scontato trovare anche una soluzione. E neppure un sollievo, in qualche caso. «Perché può capitare, e capita, che riesci a convincere una persona a trascorrere la notte in un centro di accoglienza, ma quella sera tutte le strutture sono al completo e non si trova un posto libero». Oppure succede che ti chiamino per uno sfratto: «Dovresti essere d’aiuto, ma che conforto puoi offrire a qualcuno che viene messo fuori casa?», osserva Alessandro, uno degli operatori dell’Unità di Strada. «Finisce che le persone vedendoti lì se la prendono anche con te». Alessandro oggi ha 35 anni e da dieci anni percorre le strade di Roma a bordo dell’Unità di Strada. Conosce i volti e le vicende di tanti tra quelli che vivono nelle piazze e sotto i porticati del quadrante e ha molte storie da raccontare. Quasi sempre si muove in coppia con il collega e amico Davide. Hanno frequentato insieme il liceo classico Tacito a ridosso dell’accampamento rom di Via Cesare Lombroso. Ed è lì, forse, che hanno sviluppato la dimestichezza con chi vive ai margini. Poi Alessandro ha cominciato a lavorare nella cooperativa romana che ha gestito per anni l’Unità di Strada che opera nei quattro municipi, portandosi dietro anche l’amico. «Quando siamo insieme parliamo sempre delle persone che incontriamo per strada», dice Davide. «D’altra parte se non ne discutiamo tra noi con chi dovremmo farlo? Le nostre compagne ci ascoltano per un po’, ma poi preferiscono pensare ad altro».
Non solo strada, il disagio è anche tra le mura domestiche
Non tutte le persone che hanno bisogno di aiuto vivono in strada. A volte è la stessa casa a diventare un luogo inospitale, dove le mura anziché proteggere gli abitanti li isolano dal mondo. È il caso del signor Gaetano (nome di fantasia), che l’Unità di Strada è andata a trovare l’8 gennaio in zona San Giovanni in seguito a una segnalazione alla Sala Operativa Sociale da parte del 118. Era stato il nipote a chiamare i soccorsi, preoccupato perché lo zio non rispondeva al telefono. Gli operatori hanno trovato una casa sommersa di oggetti di ogni tipo e condizioni igieniche scarse: «barbonismo domestico», lo chiamano. Solo, mai sposato, con due sorelle ultranovantenni e tre nipoti che vanno a trovarlo di tanto in tanto, a un certo punto il signor Gaetano ha iniziato a «sganciarsi». Non più lucido come un tempo, quasi del tutto abbandonato a se stesso, ha cominciato a stabilire relazioni “pericolose”. E oggi, ha riferito il nipote, versa una parte della sua non piccola pensione ad alcune persone conosciute durante uno dei suoi viaggi nelle Filippine. Per fortuna Gaetano non si è mostrato restio a farsi aiutare e ha accettato l’idea di allertare i servizi sociali. Anche il signor Giovanni (altro nome di fantasia), che l’Unità di Strada è andata a trovare il 15 gennaio nel quartiere Garbatella, vive arroccato nella propria casa. Con lui la moglie, allettata da un anno in seguito a un problema di salute, e due figli adulti entrambi affetti da un disturbo psichiatrico. E una casa che, letteralmente, crolla a pezzi mettendo a rischio la sicurezza dei suoi abitanti. Il medico di base, avvisato dagli operatori dell’Unità di strada, si è detto disponibile a fare visita al nucleo familiare, purché accompagnato da chi di dovere.

Diana e Dhammica, donne che non chiedono nulla
Storie ordinarie che non fanno notizia, eppure costituiscono l’altra faccia della città. Quella che resta invisibile ai più, ma che l’Unità di Strada intercetta ogni giorno. La prima volta che abbiamo incontrato gli operatori era inizio febbraio. La squadra era appena stata in Via Tuscolana, dove una donna aveva segnalato la presenza di un uomo infreddolito davanti a un Oviesse. Non avendolo trovato, hanno deciso di fare un giro per monitorare la situazione di alcune loro vecchie conoscenze. Come Diana, che vive per strada al Tuscolano dove è nata e cresciuta, e non chiede mai nulla. «Ha un disturbo psichiatrico evidente, ma non una diagnosi, perché sua madre è stata sempre convinta che fosse posseduta e invece di consultare uno psichiatra ha preferito affidarsi agli esorcisti», spiegano gli operatori. O come Dhammica, una donna dello Sri Lanka nota ai Servizi sociali dal 2020, quando rinunciò al ricovero in un centro di prima accoglienza per non sottoporsi al tampone per il Covid-19. Oggi Dhammica vive sotto i porticati di Piazzale Marconi, davanti a una vetrina, in perenne scontro con i gestori del negozio e i ristoratori della zona. «Non parla con nessuno, può avere atteggiamenti aggressivi e ha il viso costantemente rivolto verso il muro», precisano gli operatori. «Ma neppure l’intervento del Nucleo assistenza emarginati della Polizia locale e un Tso sono riusciti a farla allontanare da quel posto. Aiutarla è impossibile». Eppure, nei momenti morti tra una chiamata e l’altra, l’Unità di Strada continua ostinatamente a passare per Piazzale Marconi per accertarsi che stia ancora lì e, soprattutto, che non le sia successo niente di male. Forse un giorno Dhammica si convincerà a voltarsi dall’altra parte, verso gli operatori, e a rivolgere loro qualche parola. Fosse solo la richiesta di una coperta o un sacco a pelo. O soltanto per dire: «Io ci sono».






