Il cohousing di Via Pio VIII gestito dalla cooperativa Ambiente e Lavoro. Cristinel nel salone di casa

Una casa per ricostruire la propria autonomia

In Via Pio VIII, a ridosso del Vaticano, cinque persone in emergenza abitativa convivono in un appartamento gestito dalla nostra cooperativa per conto del II Municipio. Si chiama Housing Temporaneo e offre un percorso di accompagnamento sociale con l’obiettivo di sostenere la persona verso la propria autonomia. Le storie di Cristinel, Fatima ed Elio

A luglio 2025 Cristinel ha salutato per sempre il camper dove aveva trascorso gli ultimi otto anni della sua vita. Non che non fosse stato bene nella sua piccola casa su ruote parcheggiata a piazzale del Verano, il cimitero monumentale di Roma a metà strada tra il quartiere Tiburtino e l’ex quartiere operaio di San Lorenzo, ma non se la sentiva più di vivere in quelle condizioni. E così malgrado l’elettricità e la tv, che rendevano quella sistemazione vagamente simile a una casa, ha deciso di dire basta. Si è detto che con quel brutto tumore scoperto nel 2017, ma probabilmente presente nel suo organismo da tanto tempo prima, aveva bisogno di un vero tetto sulla testa. E si è chiuso la porta alle spalle senza né rimpianti né nostalgia, facendo una promessa a sé stesso: «Da oggi basta con la vita di strada, non tornerò più indietro».

Oggi Cristinel vive in un grande appartamento in Via Pio VIII, a ridosso del Vaticano. Un alloggio dai pavimenti di marmo che ti riportano indietro agli anni Sessanta del secolo scorso, una cucina spaziosa, un grande salotto e un terrazzo perimetrale accessibile dalla maggior parte delle stanze. Vive con Elio, Fatima, Giovanni, Anna e Alba, l’unica a presentarsi con un nome di fantasia, in quello che tecnicamente si chiama un cohousing: una casa dove più persone, spesso estranee tra loro, convivono condividendo spazi e compiti della vita quotidiana. Un progetto voluto e finanziato dal II Municipio di Roma Capitale e gestito dalla cooperativa sociale Ambiente e Lavoro per accogliere cinque persone molto diverse per storia e visione della vita, ma accomunate da un denominatore comune: nessuna di loro ha una casa né può permettersi di pagare un affitto. Vivono tutte una situazione di emergenza abitativa, negli ultimi tempi hanno dormito in auto, roulotte, giacigli di fortuna e, nella migliore delle ipotesi, in una delle oltre 50 strutture di accoglienza notturna presenti nella Capitale.

Uscire dai circuiti dell’accoglienza con il progetto “Verso Casa”

«Il cohousing di Via Pio VIIIfa parte del progetto “Verso Casa”», spiega la responsabile Noemi De Luca. «L’obiettivo è accompagnare le persone segnalate dall’amministrazione municipale verso un percorso di autonomia e integrazione, attraverso l’esperienza della convivenza, coinvolgendo gli abitanti della casa in tutti quei piccoli e grandi processi decisionali che riguardano la gestione delle attività quotidiane». Insomma, il cohousing non è né una casa famiglia né tantomeno un dormitorio. È una soluzione di passaggio che, almeno nei programmi, punta entro un anno all’emancipazione personale, sociale ed economica. Un’idea semplice nella teoria, ma più complicata nella pratica. Anche per via dell’età. «Nel II Municipio ci sono molti anziani in emergenza abitativa presi in carico dai servizi sociali», prosegue la responsabile. «Sono tanti quelli che vivono letteralmente per strada o nei centri di accoglienza. Una casa rappresenta un ambiente più protetto rispetto alle tensostrutture o ai grandi hub».

Gli abitanti del cohousing di Via Pio VIII non hanno un affitto da pagare, ma contribuiscono alle spese per le bollette, secondo le loro possibilità. Grazie all’aiuto degli operatori sociali sono riusciti a creare una routine, stabilendo dei turni per tenere in ordine la casa. Un’educatrice va nell’appartamento due volte a settimana, mentre una psicologa tiene colloqui individuali settimanali e incontri di gruppo ogni 15 giorni. «È un’occasione per fare emergere i conflitti che inevitabilmente si creano e per imparare a gestirli meglio», sottolinea De Luca. «Prima di entrare nel cohousing gli ospiti accettano di aderire a un progetto individualizzato». Una sorta di “contratto”, insomma, dove ciascuno si impegna a rispettare le regole della casa, cioè le regole per una buona convivenza. Ma il patto prevede anche degli obiettivi da raggiungere e l’impegno, da parte di ognuno, a continuare a lavorare sulle proprie potenzialità senza adagiarsi sullo status quo. «È un lavoro individuale, da portare avanti con il supporto dell’équipe e dei servizi territoriali», dice ancora la responsabile. «Il successo dipende soprattutto dalla capacità di lavorare in rete, tutti focalizzati sugli stessi obiettivi». Così, in Via Pio VIII, oltre ad aiutare gli ospiti nelle questioni sanitarie e burocratiche, come la richiesta dell’invalidità o dell’Assegno di inclusione, gli operatori cercano una soluzione a lungo termine. «Qui l’età media è piuttosto alta, ma alcuni hanno accettato l’idea di andare a vivere in una casa di cura o in una Rsa. Farli rientrare nei circuiti di accoglienza sarebbe un fallimento per tutti».

Cristinel, una casa dopo il camper

Anche Cristinel non è più un ragazzo, ma spera di riuscire ad affittare una casa fuori Roma con alcuni conoscenti. Nato il 1° settembre del 1971 ad Arad, al confine ungherese della Romania, si presenta come un tipo aperto e sorridente. Racconta di essere arrivato in Italia nel 1998 dopo aver lavorato come operaio metalmeccanico in giro per il Medio Oriente. «L’ultimo contratto l’ho avuto in Israele, guadagnavo bene ma poi ho cominciato ad avere paura degli attentati», spiega. «All’epoca avevo una figlia piccola e la Romania peggiorava di anno in anno. Allora ho deciso anch’io di uscire in Europa come tanti in quel periodo». Arrivato a Padova come «clandestino», Cristinel ha cominciato a lavorare nel settore eventi, montando e smontando palchi su e giù per l’Italia. «Andavo sempre in giro, soprattutto l’estate, gli orari erano lunghi e lavoravamo quasi sempre di notte», prosegue. «Ho fatto tutti i concerti dei big: Zucchero, Vasco Rossi, Bruce Springsteen e Madonna, non me ne sono perso uno». L’aria è cambiata dopo il 2010 quando, racconta Cristinel, le cooperative del settore sono aumentate e il lavoro è diminuito. «Facevamo appena 80 ore al mese e mia figlia aveva appena finito la scuola. Non mi piaceva l’idea che andasse a lavorare in fabbrica, volevo che facesse l’università». Senza più un lavoro e con 400 euro al mese da pagare per gli studi della ragazza, Cristinel ha cominciato ad arrangiarsi come poteva. Lavorava come capitava e dormiva in una roulotte messa a disposizione dai volontari della Comunità di Sant’Egidio. «Quando restavo senza soldi andavo a mangiare alla mensa della Caritas», dice. «Ma con tutti questi sacrifici sono riuscito a far laureare in Economia mia figlia che oggi lavora nel controllo tecnico di qualità di un’azienda». A volte dava una mano ai volontari di Sant’Egidio nel tenere in ordine l’area dinanzi al cimitero del Verano dove stazionavano una quindicina di roulotte. «C’era gente che beveva, anch’io in passato avevo avuto il problema dell’alcol e riuscivo a comunicare con loro meglio dei volontari», ricorda. Nel 2017 Cristinel ha finalmente trovato un lavoro stabile come muratore e ha comprato il camper dove ha vissuto fino a luglio 2025. Ma presto a sconvolgere quella nuova serenità è arrivato il tumore. In cinque mesi è stato operato cinque volte «pensavo di morire e invece dopo otto anni sono ancora qui», dice. Forse sarebbe potuto rientrare a casa in Romania, ma ha preferito continuare a vivere e curarsi in Italia. E, forse, anche se a parole non lo dice, dopo tanti anni non riusciva più a trovare il senso di tornare a casa. Ha scartato soluzioni di ospitalità solo notturna ed è rimasto a vivere nel camper dove, con l’aiuto di una connazionale, ha cercato di curarsi come meglio poteva, al freddo e senza un bagno vero e proprio. Ha tirato avanti così per otto anni fino a quando, lo scorso ottobre, è arrivato in Via Pio VIII, per cominciare una nuova vita con una nuova tranquillità. E la certezza dentro di sé di aver chiuso il capitolo della vita in strada.

Fatima e quello che la vita prima ti toglie e poi ti restituisce

Anche Fatima deve badare alla propria salute. A 61 anni con qualche problema di cuore e di fegato, a cui di recente si è aggiunta anche un’operazione di ernia, non riesce più a lavorare. E dopo una serie di peregrinaggi da un centro di accoglienza all’altro, il 1° aprile dello scorso anno è finalmente approdata al cohousing di Via Pio VIII. Seduta al tavolo del soggiorno, segue il filo dei ricordi: scena dopo scena si compone il quadro di una vita di drammi e difficoltà, che non sono riusciti a cancellarle il sorriso dal volto. Originaria della città di Doboj, nella Bosnia Erzegovina, è arrivata in Italia nel 1987 seguendo un uomo che le aveva promesso un lavoro in una boutique e che invece voleva costringerla a prostituirsi. «Mi ha tolto il passaporto e mi ha portato per strada, all’Eur, vicino a una grande banca», racconta. «C’erano tante ragazze giovani e io mi nascondevo dietro di loro per non farmi vedere dai clienti. Finché ho trovato il coraggio di fermare un signore che mi ha accompagnato in auto alla stazione Termini». Qualche tempo dopo Fatima ha incontrato un connazionale: un uomo di 20 anni più grande di lei, che a principio sembrava «buono e gentile». È solo quando sono andati a vivere insieme che ha rivelato la sua natura: «Sono cominciate le botte e i maltrattamenti, mi chiudeva a chiave in camera e quando tornava mi chiedeva se ero andata con altri uomini».

Per riuscire a fuggire Fatima ha dovuto attendere che l’uomo dimenticasse di chiudere la porta a chiave. «Quando sono andata a fare la denuncia alla polizia non sapevo neanche dove abitavo», racconta. Qualche tempo dopo ha incontrato un altro uomo. Diceva di fare il muratore, ma qualcosa non quadrava: «Mi sembrava strano che si facesse la doccia prima di andare in cantiere», osserva. «Finché un giorno un suo amico mi ha detto la verità: andava a rubare il portafoglio ai turisti. Allora l’ho cacciato di casa». A quel punto Fatima è incinta: ha anche un altro figlio, racconta, mentre un terzo è morto alla nascita. Vorrebbe abortire, ma non ce la fa. Si ricorda le parole di suo padre, «Dove mangiano due mangiano anche tre», e decide di tenere il bambino. Da quel momento in poi è tutta una lotta per non perdere la custodia dei figli. Deve fare la mamma ma deve anche lavorare per mantenere sé stessa e i suoi ragazzi. In soccorso arriva un altro uomo, che le offre un lavoro, anzi più lavori. È egiziano: la sfrutta, ma al tempo stesso l’aiuta. Fatima vive a casa sua e gli dà una mano in tutte le attività commerciali che di volta in volta gestisce: fa le pulizie in un B&B, la cassiera in un minimarket, serve ai tavoli di un pub. E intanto lavora e cresce i figli, cresce i figli e lavora. Il più piccolo chiama l’uomo «papà». Il sodalizio dura 16 anni, dal 2001 al 2017. Poi lui va in Egitto per vendere alcune case, dovrebbe trattenersi solo per un breve periodo, ma non fa più ritorno in Italia. «Per sei mesi ha mandato i soldi per l’affitto, poi ha smesso», continua Fatima. «E siccome io non potevo pagare alla fine sono stata sfrattata». Il resto della storia è un continuo girovagare alla ricerca di un tetto: a un centro di accoglienza ne segue un altro e poi un altro ancora. «Sono stata in tanti di quei posti, io sono calma e tranquilla ma ci sono persone di tutti i tipi, tutti abbiamo un carattere diverso», commenta.

Nel mezzo di questa incertezza, arriva però una buona notizia. È un messaggio whatsapp, che dice: «Penso di essere tuo figlio e credo che tu sei la mia mamma biologica». Fatima rimane di stucco: è il figlio che pensava di aver perso e che in questi anni l’ha cercata fino a trovarla, racconta. Si sono dati appuntamento una mattina. Si è presentato un uomo adulto, con un paio di occhiali da sole. Ad accompagnarlo una donna, sua moglie, e una bambina, sua figlia. «Ci siamo abbracciati e abbiamo cominciato a piangere senza dire nulla, non c’era bisogno di parole», dice. «Da quel giorno non ci siamo lasciati in più». Sullo schermo del cellulare compare la foto di un uomo con una bambina in braccio. Fatima la mostra orgogliosa. È bello ritrovare un figlio che pensavi di aver perso per sempre. Vuol dire che la vita ti può ancora restituire quello che ti ha tolto, proprio nel momento in cui non ti aspettavi più nulla.

Elio, come la vita a volte ti delude e a volte ti sorprende

Seduto al tavolo del grande soggiorno, Elio risponde a una domanda dietro l’altra con precisione e cortesia. Sono risposte sintetiche, spesso succinte, non ha troppa voglia di rivivere i ricordi. Ha 73 anni e il suo viso, come il suo corpo, tradisce i segni di un’avvenenza che non ha intenzione di cedere il passo all’età. Nella sua versione dei fatti la perdita di un tetto è come la fine di una favola. «Nel mondo ci sono le cicale e le formiche», ricapitola. «Io sono nato cicala, ho vissuto alla grande e non ho mai messe nulla da parte. Per questo ora mi trovo qui». Per tutta la vita Elio ha lavorato come agente immobiliare. Ha guadagnato tanti soldi, «a un certo punto giravo anche in Porsche», ricorda. Ma quando, a 65 anni, ha dovuto lasciare il lavoro per via di un Herpes Zoster che lo ha messo al tappeto, si è ritrovato senza niente. «Siccome non riuscivo a pagare l’affitto, sono stato sfrattato e da lì è cominciato l’incubo della strada». Per un po’ è stato ospite del grande ostello che la Caritas gestisce in Via Marsala, ma non poter entrare prima delle 17 del pomeriggio e non poter uscire oltre le 9 del mattino era una sofferenza. Dopo un paio di mesi si è trasferito in un’altra struttura, dove finalmente poteva restare anche durante il giorno. «Ho fatto la stupidaggine di lasciare questo posto per andare a convivere con una donna e, quando tutto è finito, sono stato costretto a ricominciare tutto daccapo». Così il 1° aprilesi sono aperte le porte del cohousing di Via Pio VIII, dove tuttora condivide la stanza con Cristinel.

Oggi Elio ha perso parte dell’entusiasmo dell’inizio. Un documentario di Tv2000 sulle persone senza dimora durante il Giubileo lo ritrae come un uomo che ha ritrovato sé stesso. Diceva di stare bene, finalmente. E non mentiva. «I volontari e gli operatori avevano un effetto positivo su di me, non credevo che esistessero persone che svolgono il loro lavoro col desiderio di vedere migliorare la vita degli altri», spiega. «Riuscivano a restituirmi la mia dignità. Ho anche superato delle operazioni al cuore con slancio e determinazione, senza chiedermi cosa sarebbe successo dopo». In quel periodo Elio ha seguito anche un corso di fotografia e ha cominciato a collaborare con L’Osservatore di Strada, il mensile che L’Osservatore Romano realizza dal 2022 con le persone senza dimora. In giro con la macchina fotografica al collo si riappropriava della città e della sua vita. E soprattutto recuperava fiducia in sé stesso. «È durata tre o quattro mesi», racconta. «Poi quell’energia è svanita. La routine mi ha debilitato e ora non faccio niente e non ho voglia di fare niente». Quando è arrivato la prima volta in Via Pio VIII, Elio non credeva ai propri occhi. Guardava quell’appartamento con gli occhi dell’agente immobiliare e non gli sembrava possibile poter vivere in un luogo così grande e così bello: «Un alloggio che il proprietario avrebbe potuto tranquillamente vendere per fare quattro volte il giro del mondo e, invece, ha deciso di mettere a disposizione di persone come me». Erano due anni che non disponeva di una cucina e la prima cosa che ha fatto è stato preparare i bucatini all’amatriciana per sé e per Giovanni: ne hanno mangiati mezzo chilo in due. Oggi che quel buon vento è passato a Elio non resta che attendere: non è la prima volta che vive un periodo di «astenia», usa proprio questa parola per definire quello stato mentale che gli toglie la voglia di fare qualsiasi cosa. Doversi attenere alle regole del cohousing gli pesa e spera di poter andare, presto, a vivere in una casa di riposo, con una stanza tutta per sé. Ma l’esperienza gli dice anche che non è la prima volta che prova quella sensazione di disinteresse per il mondo e che se ne può venire fuori. Che forse un giorno le nubi si schiariranno, come è accaduto in passato. «Non si può dire che io stia vivendo un buon periodo, ma una cosa è certa», conclude: «in negativo o in positivo la vita ti sorprende sempre. Anche questa volta staremo a vedere».

Un foglio di carta appeso al muro della cucina ricorda che le pulizie di casa devono essere effettuate il sabato mattina, tutti insieme. Che i bagni e la cucina vanno puliti dopo l’uso e che le serrande vanno chiuse alle 23. Non si può condividere un appartamento senza rispettare poche regole, precise. A fianco su un foglio a quadretti c’è scritto a mano in caratteri stampati maiuscoli: «Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile SEMPRE». Un invito alla pazienza e alla tolleranza nei confronti degli altri, di cui è bene non dimenticarsi.